LA BANALITÀ DEL MALE

LA BANALITÀ DEL MALE

Nella Giornata della Memoria ricordiamo le vittime dell’Olocausto attraverso le parole e le riflessioni di Hannah Arendt

Di Martina Raule  sab 27 gennaio 2018

(sul sito www.cogitoetvolov.it)

«Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare». Queste sono state le parole pronunciate da Liliana Segre, reduce dei campi di concentramento, lo scorso 19 gennaio, giorno in cui è stata eletta senatrice a vita dal nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Parole dense di significato, che in questo delicato periodo storico dobbiamo tenere bene a mente. Ci sembra impossibile che un’oscenità come quella dell’Olocausto sia stata possibile, che l’umanità si sia potuta macchiare di un misfatto così atroce.

Eppure in questi giorni, tra nazionalismi e populismi sempre più in voga, tra l’attanagliante paura del diverso e discriminazioni brutali, il pericolo del totalitarismo non sembra ancora eliminato dalla faccia della terra. Lo stesso Presidente della Repubblica ricorda con orrore la macchia indelebile lasciata dall’approvazione delle leggi razziali, nell’Italia di soli ottant’anni fa, lanciando a tutti un invito:

«Non dimentichiamo, né nascondiamo quanto di terribile e di inumano è stato commesso nel nostro Paese con la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, cittadini, asserviti a una ideologia nemica dell’uomo»

Per comprendere veramente l’importanza della Giornata della Memoria sembra ora più necessario che mai immergersi nelle pagine di una delle filosofe che con più lucidità ha saputo addentrarsi e analizzare le dinamiche, le strutture e la crudeltà del totalitarismo in Germania: Hannah Arendt. Con le sue opere la Arendt compie una catabasi nell’animo umano, una vera discesa negli inferi alla ricerca dell’origine del male. La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme è una tappa fondamentale di questa ricerca. Pubblicato nel 1963, La banalità del male è il resoconto del processo a Otto Adolf Eichmann, gerarca nazista, “esperto della questione ebraica”, tenutosi a Gerusalemme nel 1961 e conclusosi con la sua condanna a morte per crimini contro il popolo ebraico e contro l’umanità.

La banalità del male è un libro che trasuda la disperazione e la collera di una donna, un’ebrea, distrutta dalla brutalità della storia. La forza e il coraggio delle sue parole sono disarmanti. Hannah Arendt analizza in ogni singolo aspetto la personalità di Eichmann e scopre qualcosa di terribile: era un uomo completamente normale, rasente la mediocrità.

«Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo»

Eichmann era uno zelante esecutore della legge, ma la legge era “uccidi”. Non c’era bisogno di pensare, bisognava solo obbedire agli ordini del Führer, l’incarnazione della legge. «Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso».

Nel ’63 in una famosa lettera indirizzata a Gershom Scholem, Hannah Arendt scrive:

«Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida” come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale»

Il pensiero è per la Arendt l’unico baluardo contro il male: in tutte le sue opere, da Le origini del totalitarismo a Vita activa, la filosofa sottolinea la necessità di tenere sempre vivo la nostra capacità di pensiero, ossia il continuo dialogo interiore con la nostra coscienza, la nemica dentro ognuno di noi, colei che costantemente ci stimola e punzecchia, la testimone che ci chiede di essere responsabili delle nostre azioni. Hannah Arendt ci spinge così a prendere posizione nella realtà, a vivere in modo attivo nel presente, a giudicare cos’è giusto e cos’è sbagliato.

Grazie alla facoltà di pensiero agli uomini è consentito riportare e rivivere nel presente le memorie del passato. È con il ricordo e la memoria che il pensiero veramente radica, coglie la dimensione della profondità. Rinnovare quindi la memoria, tenere sempre vivo il ricordo di ciò che è stato per far sì che non si ripeta più. La memoria come responsabilità, come riscatto, contro l’indifferenza e le barbarie. La memoria per cambiare l’umanità.