UN GRAZIE DALLA TERRA SANTA
18/01/2021
IL POTERE DELLE PAROLE GIUSTE
23/01/2021

IL LETTORE SERVO DELLA PAROLA

Quando ti parlerò, ti aprirò la bocca e tu riferirai loro: dice il Signore (Ez. 3,27)

LA LITURGIA DELLA PAROLA DI DIO i suoi MINISTRI, i suoi RITI e i suoi LUOGHI

PREMESSA La tradizione della Chiesa ha sempre circondato di dignità e di autentica ritualità la celebrazione della Parola di Dio. Gli elementi che rientrano in questa ritualità sono:

Persone: l’assemblea, il presidente, i lettori, il salmista

Oggetti: il Lezionario e l’Evangeliario

Luoghi: l’ambone e la sede del celebrante presidente

Riti: intronizzazione dell’Evangeliario (poi posto sull’altare), processione con Evangeliario, utilizzo di lumi e incenso, bacio dell’Evangeliario da parte del ministro

Canti: dialoghi, Salmo responsoriale e acclamazione al Vangelo. E’ cosa saggia conoscere bene quel che propone il Messale (con il suo Ordinamento Generale) e realizzarlo nel miglior modo possibile.(OGMR) Lettura, canto, musica e riti veicolano efficacemente Dio che è presente e che parla. E’ questo che fonda la dignità dei riti e la loro meticolosa preparazione e realizzazio-ne. LA LITURGIA DELLA PAROLA è un capitolo affascinante e scottante che ci dovrebbe vedere ormai tutti assoluta-mente esperti, competenti e attenti perché tutti e sempre sappiamo che lì, con quella ce-lebrazione liturgica della Parola, Dio vivente parla e ci parla. Tutti noi sappiamo, diciamo e insegniamo che quella Parola di Dio che sulla Bibbia rischia di essere ferma, bloccata e chiusa, è particolarmente nella Liturgia che SI IN-VERA, che prende fiato, colore e calore, che diventa viva, vivissima, vivida e vivace, incisiva, parlante, operante e trasformante. Soprattutto (se non esclusivamente) nella Liturgia… Non è studiando, analizzando, traducendo, insegnando o regalando la Bibbia che noi ne incontriamo l’efficacia, la ricchezza e la santità. Nemmeno annunciandola in 1000 corsi o catechesi…

Nella Liturgia della Parola noi CELEBRIAMO la Parola, perché è lì, particolarmente lì, che essa diventa viva e incisiva. E’ nel rito che il testo manifesta pienamente Dio che contiene! Non altrove… Tutti noi viviamo la Liturgia della Parola conoscendo questa differenza sostanziale tra la Scrittura in sé (letta, conosciuta, tradotta, studiata e approfondita) e la Scrittura proclamata nell ‘assemblea orante e da Dio convocata. La Bibbia, noi tutti lo sappiamo, è nata dalla Liturgia; la Liturgia è, dunque, il PRE-TESTO del testo… La Liturgia è stata la culla della Bibbia e anche oggi la Bibbia ha bisogno della sua culla per sempre ri-nascere. Insomma… per essere davvero recepita e capita la Bibbia va letta nella culla dalla quale è nata, cioè la Liturgia. Lo scritto in sé è morto, una voce lo proclama (...come lo proclama… ?), la comunità lo ascolta, il ministro lo autentica… Questo è Liturgia della Parola. Il Libro non è nulla senza la comunità e la comunità ritrova proprio dal Libro la sua identità… Tutti, ogni volta, sappiamo bene questo, e ogni volta lo vogliamo…

1. LE PERSONE A L’ASSEMBLEA O COMUNITÀ CELEBRANTE Una volta si affermava che il sacerdote “celebra” la messa mentre i fedeli “assistono”. Tale linguaggio rifletteva la sensibilità di un determinato tempo. E se si fosse posta la domanda: “Chi celebra la liturgia della Parola?”, la risposta sarebbe stata: “il sacerdote“. Il Concilio Vaticano II ha restaurato l’antica teologia biblica secondo cui l’intera Chiesa è il popolo sacerdotale. Il Concilio presenta nei seguenti termini questa nuova acquisizione: “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma sono celebrazioni della Chiesa, che è sacramento di unità… Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano” (Sacrosanctum Concilium 26). Questa evidenza teologica ci permette di rispondere alla domanda: quali sono gli at-tori della celebrazione della Parola? E’ tutta la comunità celebrante. Un solo lettore proclama il testo, ma tutta la comunità celebrante lo accoglie come Parola di Dio. Uno solo fa l’omelia, ma tutta la comunità celebrante attualizza la Parola di Dio. Uno solo presenta la preghiera universale, ma tutta la comunità celebrante intercede.

B- IL PRESIDENTE Il celebrante che presiede la liturgia della Parola è investito di una responsabilità par-ticolare verso la Parola stessa. Il Concilio afferma che “tutti hanno il diritto di cerca-re sulle labbra dei sacerdoti la Parola del Dio vivente” (Presbyterorum ordinis, 4). I presbiteri infatti sono consacrati per predicare il Vangelo. Il presidente ha davanti a Dio la responsabilità della celebrazione (corretta, intensa ed efficace) della Parola. Egli ha una sua personale responsabilità, che è quella di gui-dare la comunità a rispondere alla Parola nell’ascolto e nell’adorazione “in spirito e verità” (Gv 4). Presiedere non vuol dire dominare, vuol dire servire la comunità. Benedetto il presidente che può dire con Gesù Cristo alla comunità: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve”.

C IL LETTORE La funzione del lettore è di proclamare la Parola di Dio alla comunità celebrante in maniera pienamente intelligibile, con dignità e chiarezza. Il ministero del lettore per-ciò consiste non tanto nel leggere il testo, quanto nel proclamarlo in modo da farlo comprendere. Nella voce del lettore è la chiara voce di Cristo che noi dobbiamo intendere. Il Conci-lio afferma che “è Cristo che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura” ( SC 7).

Chi può svolgere l’ufficio di lettore? Il compito del lettore è un servizio svolto alla Parola di Dio a beneficio della comuni-tà celebrante. A tale servizio è idoneo colui o colei che, iniziato alla vita cristiana (ovvero avendo ricevuto tutti i tre sacramenti dell’iniziazione cristiana…) lo può ga-rantire autenticamente ed intensamente nella comunità, tenendo presente che, da un lato, la Parola va proclamata il meglio possibile e, dall’altro, la comunità deve poter ricevere questa Parola pure il meglio possibile. Dentro il saggio principio della diffusa ministerialità nella Liturgia, è auspicabile per ogni celebrazione una pluralità di lettori. Non si dovrebbe tollerare la presenza di uno stesso lettore per la prima lettura, il sal-mo responsoriale, la seconda lettura e il versetto del canto al Vangelo, magari livel-lando il tutto nel grigiore di una recitazione monocorde. Assegnando a ogni lettura un lettore dal volto differente e dalla voce particolare (e il Salmo al salmista…), si rinnova l’attenzione della comunità e se ne garantisce un più ricco e diversificato coinvolgimento. Questa disposizione sta anche a significare che nessuno ha il monopolio della Parola. E’ la comunità intera che possiede e condivide questo autentico tesoro.

La preparazione necessaria E’ bene familiarizzarsi per tempo col testo da proclamare. Reclutare improvvisamente e all’ultimo istante un qualsiasi ‘volontario’ è dar prova di leggerezza nei confronti della Parola di Dio e della comunità radunata. Per essere in grado di dare risalto al cuore del messaggio biblico di ogni lettura è ne-cessario poter proclamare il testo avendo già avuto con esso una vera familiarità. Il metodo migliore è la LECTIODIVINA. L’antica tradizione ebraica ci rivolge un ammonimento prezioso al riguardo: Un giorno il capo della sinagoga chiamò Rabbi Aquiba per fare la pubblica lettura della Torah. Ma lui non volle salire. Allora dopo la convocazione i discepoli di Rabbi Aquiba gli chiesero: «Maestro, non ci hai insegnato che la Torah è vita per te e lunghezza di giorni? Perché hai rifiutato di leggere?». Rispose loro: «E’ per il culto del tempio! Ho rifiutato di fare la lettura unicamente perché non avevo letto due o tre volte il testo. Giacché uno non ha il diritto di proclamare le parole della Torah davanti all’assemblea se non le ha lette prima due o tre volte davanti a se stesso». Una tale provocazione, che ci riporta la venerazione onorata dai fedeli dell’Antica Alleanza, responsabilizza particolarmente i figli dell’Alleanza Nuova ed Eterna…

NOTA BENE: Alcune brevi indicazioni, almeno come esempio…: Non va detto “prima lettura”, oppure “salmo responsoriale”: queste sono indicazioni rubricali. Le norme prescrivono che al termine delle prime due letture si dica “Parola di Dio”, facendo un breve stacco, cambiando leggermente tono e mettendo in evidenza i termini “di Dio” per suscitare la risposta dell’Assemblea. E’ invalso da qualche parte l’uso di dire, invece della formula prescritta, la variante “E’ Parola di Dio”: si corre così il rischio di favorire una errata nozione dell’ispirazione, poiché spinge l’attenzione sulla parola materiale anziché su Dio che parla.

2. GLI OGGETTI

Il Libro liturgico che contiene la Parola di Dio non è solo uno strumento per la liturgia, ma è il libro-segno della presenza del Signore nella comunità, la quale celebra gli innumerevoli interventi di Dio nella vita del suo popolo.

A IL LEZIONARIO

Il Lezionario, che è segno liturgico di realtà superiori, dovrà essere degno, decoroso e bello, atto a suscitare il senso della presenza di Dio che parla al suo popolo, meritevole di essere baciato. Giustamente sono riprovati come indegni della Parola di Dio sussidi pastorali sostitutivi quali i ‘foglietti’, che dovrebbero essere destinati ai fedeli soltanto per la preparazione e per la meditazione personale delle letture. Lo stesso Libro liturgico, e non solo la proclamazione della Parola, dovrebbe essere come l’epifania della bellezza di Dio in mezzo al suo popolo.

B- L’EVANGELIARIO

Il Rito liturgico privilegia la proclamazione del Vangelo in quanto esso rivela più im-mediatamente e più pienamente la presenza del Cristo, centro di tutta la Scrittura. Per questo la sua proclamazione costituisce il culmine della liturgia della Parola. La tradizione ci insegna a circondare di onore il Libro che contiene la Parola del Signore. A tutt’oggi l’Evangeliario è il tesoro più ricco delle Chiese orientali.. La venerazione per il Vangelo si è espressa nel tempo attraverso adeguate forme artistiche, con figure significative come, per esempio, le donne davanti al sepolcro vuoto di Cristo, la croce gloriosa con l’Agnello pasquale e i simboli dei quattro evangelisti…

3. I LUOGHI

Alla mensa delle letture domenicali siamo nutriti dalla dottrina del Signore così come alla mensa del Signore riceviamo in nutrimento il pane della vita. Ricordando il posto che occupa la Parola di Dio nella celebrazione, precisiamo ora l’importanza che deve avere il luogo da cui viene proclamata: è la mensa imbandita per nutrire l’assemblea.

A- L’AMBONE

Il luogo da cui si proclama la Parola di Dio è detto “ambone”, perché vi si sale (greco anabàinó) o perché cinge chi vi entra (latino ambio, is, ivi, ìtum, ire = cingere, avvolgere) o perché, tradizionalmente, aveva una scala da entrambi i lati (ambo), come, per esempio, testimoniato nella basilica di S. Sabina in Roma. L’antenato biblico del nostro ambone attuale è la tribuna di legno che Esdra fece costruire per la lettura solenne della Legge, in occasione della festa dei Tabernacoli verso il 445 a.C. L’importanza della Sacra Scrittura affermata dal Vaticano II si allarga inevitabilmente al luogo da dove essa è proclamata. A tale proposito, nell’introduzione all’ordina-mento delle Letture della Messa, si chiede che il luogo della Parola risponda alla dignità della Parola di Dio e richiami il rapporto con l’altare. Deve essere evidente che nella Messa viene preparata la mensa della Parola di Dio e del Corpo di Cristo. L’ambone richiama l’altare in quanto il Verbo annunciato dall’ambone si fa ‘carne’ sull’altare. La Chiesa può così utilmente parlare di “due mense”: della Parola e dell’Eucaristia.

Ambone come luogo della Parola, e non delle parole. Solo le letture bibliche hanno luogo all’ambone unitamente al Salmo responsoriale e al preconio pasquale. Si “possono” (OGMR 309) proferire dall’ambone l’omelia e la preghiera dei fedeli, data la strettissima relazione di queste parti con tutta la Liturgia della Parola. Il commentatore, il cantore o animatore del canto e l’annunciatore dei vari saluti e avvisi (dalla prossima festa parrocchiale alla partita di calcio all’oratorio) non trovano eco dall’ambone, ma presso un leggio molto semplice e ordinario che non sia copia, per importanza artistica e liturgica, dell’ambone medesimo.

Dignità dell’Ambone Poiché il luogo proprio della proclamazione della Parola di Dio si diversifica architettonicamente dal resto, deve essere concepito come uno spazio sopraelevato, stabile, decoroso, sobriamente ornato. Questo luogo non può essere sostituito, salvo il depauperamento della stima e della venerazione della Parola, da un leggio movibile e traballante. E’ auspicabile che ogni ambone possa proclamare, col suo solo splendore, che esso è il luogo da dove Dio continua a parlare al suo popolo.

B LA SEDE DEL PRESIDENTE

La liturgia conosce un secondo luogo della liturgia della Parola: il seggio di colui che presiede. Nel nuovo Ordinamento Generale per V editto typica tertia del Messale Romano (2004) si legge al n. 310 che “la sede del sacerdote celebrante deve mostrare il compito che egli ha di presiedere l’assemblea e di guidare la preghiera”. Fra i segni della presenza del Signore nella Liturgia vi è certamente la persona di colui che presiede l’assemblea celebrante. Le passate generazioni di cristiani sembrano essere state più sensibili di oggi a questo aspetto del mistero liturgico che si incarna meglio in una persona o nelle persone che non in un luogo o in un oggetto di culto, fosse anche l’altare stesso. Il seggio di colui che presiede riveste dunque una sua rilevanza. Per seggio si intende la sede (sedia) e non il relativo leggio, il quale ha il solo scopo funzionale di sorreggere il Messale, e deve quindi essere poco visibile e poco ingombrante. A questo luogo liturgico presidenziale l’assemblea converge con l’attenzione in quei momenti in cui è previsto che la celebrazione si svolga presso la sede del celebrante, perché guardare a questo ministro ordinato è guardare a Cristo, riconosciuto presente in mezzo ai suoi. Per esercitare questo atto di fede e di culto, l’assemblea deve poter fare riferimento al segno corrispondente. Va precisato che la sede presidenziale ha una suo richiamo cristocentrico anche al di fuori del rito liturgico. Caso tipico di tale simbologia è una particolare sede presidenziale: la Cattedra episcopale che dà il nome e la consistenza alla chiesa del Vescovo, la quale è appunto detta “chiesa Cattedrale”. Anche in assenza del Vescovo la Cattedra evidenzia la presidenza del Vescovo nella sua Chiesa locale, e proprio in comunione con lui si celebra lì nella sua chiesa e in tutte le comunità eucaristiche sparse nel vasto territorio della Diocesi.

4. I RITI A L’intronizzazione dell’Evangeliario e la sua deposizione sull’altare Il Messale prevede la deposizione dell’Evangeliario sull’altare prima della proclamazione del Vangelo. L’Evangeliario viene deposto all’inizio della celebrazione dal lettore o dal diacono che lo hanno portato durante la processione di ingresso. Il fatto di essere posto sull’altare conferisce all’Evangeliario un onore eccezionale. Il rituale per la consacrazione della Chiesa riassume l’insegnamento sull’altare con que-sta forte espressione: “l’altare è Cristo”. E’ per questo che soltanto l’Eucaristia e l’Evangeliario godono del privilegio di essere posti sull’altare. Quando il presbitero o il diacono riprendono l’Evangeliario dall’altare, simbolo della centralità e della stabilità di Cristo, il loro gesto sta a significare splendidamente che le parole che pronunceranno non sono loro, ma di Gesù, Signore della storia e della Chiesa.

B La processione con l’Evangeliario Fra le processioni che si svolgono nel corso della celebrazione eucaristica, quella con il Libro del Vangelo dovrebbe essere la più festiva e la più gioiosa; infatti ha lo scopo primario e principale della glorificazione di Cristo nella sua Parola e l’acclamazione della sua presenza. L’ostensione del Libro dei Vangeli è paragonabile, per analogia, a quella dell’ostia consacrata e a quella del calice nel momento della consacrazione. Il Direttorio per le Messe con la partecipazione dei fanciulli suggerisce di vivere il rito coinvolgendo i ragazzi: “La partecipazione di almeno alcuni fanciulli alla processione con il libro dell’Evangelo è un segno parlante della presenza di Cristo, che rivolge al suo popolo la sua parola”.

C – I lumi e l’incenso Candelabri e ceri

Nell’antica liturgia candelabri e ceri costituivano una scorta d’onore. Sette fiaccole accompagnavano l’entrata solenne del Vescovo e dell’Evangeliario. Queste sette fiaccole formeranno poi una corona di onore attorno all’altare. I due candelabri previsti nell’attuale rito (utilizzati, gli stessi, per illuminare il Crocifisso della processione di ingresso e di ‘ritorno’) sono una testimonianza di quell’antico splendore che contrassegnava la processione con l’Evangeliario. La luce è anche simbolo di Cristo, “luce del mondo”. Guardando la luce e ascoltando le parole di Cristo, i cristiani pregano perché la loro vita divenga Vangelo e ciascuno di essi, come Cristo e in unione a Cristo, sia “sale della terra e luce del mondo”. Per raggiungere questo ambizioso programma di vita non ci aiutano forse anche quei 7 due candelabri che, con la loro luce discreta, rischiarano ciò che forse istintivamente nelle nostre coscienze potrebbe essere annebbiato, oscurato, spento o offuscato?

Incenso Nulla più dell’incenso aiuta a cogliere il dinamismo spirituale della nostra preghiera che sale, gradita a Dio (profumo) e, perciò, certamente accolta. C’è un salmo, il Salmo 140, dal quale comprendiamo il senso dell’incenso . Portando l’incenso davanti all’Evangeliario, la comunità indica che si sta preparando, con un cammino orante e ‘profumato’, alla Parola del Signore. E, incensando il libro del Vangelo, la comunità manifesta la sua venerazione e la sua preghiera. Come i Magi, quando ebbero trovato il Bambino Gesù, si prostrarono dinanzi a lui in atto di adorazione offrendo tra i doni l’incenso, così la comunità cristiana, che nel Vangelo sempre ritrova il Messia Salvatore, gli offre l’incenso del suo affetto orante e adoran-te.

D Il bacio dell’Evangeliario Dopo la proclamazione del Vangelo, il ministro bacia l’Evangeliario. Questa consuetudine prolunga la tradizione della sinagoga di baciare i rotoli della Torah dopo la lettura. Il bacio dell’Evangeliario è un gesto di tenerezza e di venerazione per la parola del Signore. Questo bacio si accompagna a una preghiera con cui si chiede il perdono. Mentre bacia l’Evangeliario, il ministro dice, secondo le norme liturgiche: La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati oppure, in latino, Per evangelica dieta deleantur nostra de-lieta.

5. I CANTI A Il Salmo responsoriale

Il Messale ricorda che il Salmo “è parte integrante della Liturgia della Parola”. E’ la risposta della comunità alla Parola che le è stata presentata. La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione liturgica non è semplicemente la lettura degli archivi del popolo di Dio, ma è l’attualizzazione, a vantaggio della comunità celebrante, degli avvenimenti e delle profezie della Parola annunciata. A questa presenza contemporanea della Parola (o, meglio, di Dio che parla) l’assemblea risponde attualizzando la sua lode nel salmo responsoriale. Nella tradizione biblica il salterio si chiama Mizmorot (Libro di canti). Il greco traduce Psalmòi (canti accompagnati dal salterio – cetra): i salmi sono dei canti. L’ideale consiste nel rispettarne il genere letterario: si cantano i salmi e si proclamano le letture. L’importante è che, se si sceglie di cantare il salmo, ci si attenga alla anno-tazione liturgica: “il canto non soffochi le parole, ma le ponga nel dovuto risalto”. Ogni qualvolta il canto non migliora l’ascolto della Parola di Dio è preferibile non cantare. E’ poi contro il senso della liturgia sostituire i salmi con i nostri canti. Le nostre parole non possono mai arbitrariamente sostituirsi alla Parola di Dio.

B L’Acclamazione al Vangelo Per accompagnare la processione del Vangelo, la liturgia propone il canto dell’Allelu-ia e di versetti annunzianti il Vangelo. Alleluia è la traslitterazione dell’ebraico: Halle-lu-Ja (hwh) che significa lodate Dio. L’alleluia dell’acclamazione al Vangelo si connet-te alla liturgia celeste. Tocca alla musica saper creare una cornice di splendore. La processione, i ceri, l’incenso, i fiori, le danze, tutto questo servirebbe a nulla se la musica non fosse festosa e gioiosa. Nella celebrazione della Parola, abbiamo bisogno non soltanto di testi biblici proclamati con chiarezza, di omelie strutturate con intelligenza e di preghiere universali ben appropriate (tutte cose che possono eventualmente appagare la nostra mente) ma anche della bellezza per far cantare il cuore. L’Alleluia è solo canto! E lo è a tal punto che la nota liturgica ricorda che – se non si canta – si può anche tralasciare (cfr. OGMR 63c). Al contrario, per valorizzare questa acclamazione la si può ripetere anche dopo la proclamazione del Vangelo. Si tratta di un rito, compiuto attraverso un canto Va precisato che il Salmo responsoriale e alcune acclamazioni (al Vangelo, alla Dossologia…) sono dei RITI, ovvero sono più un FARE che un proclamare. Altri canti, invece (di ingresso, di offertorio, Agnello di Dio, di comunione), non sono rito, ma ACCOMPAGNANO un gesto rituale.

6. CONCLUSIONE

Dopo aver sottolineato quel che riguarda le cose, i luoghi e i riti della celebrazione della Parola, non possiamo non ritornare al ministero di noi, proclamatori della Parola di Dio. Noi non dobbiamo mai stancarci di pregare “perché la parola del Signore si diffonda e sia glorificata” (2Tess3, 1). Al cristiano è chiesto non tanto di convertire, quanto di testimoniare nella carità la speranza che abita in lui grazie alla fede. La nostra missione consiste perciò nel trasmettere il dono ricevuto senza mercificarlo, cioè senza misurarlo in base al successo che ottiene; la Parola di Dio non deve percorrere la traiettoria dei prodotti comprati e venduti, né essere pesata quantitativa-mente in base all’audience che riesce a suscitare, servendoci magari della logica dell’apparenza o del mero consenso. In vasi di argilla noi custodiamo gelosamente il prezioso dono della Parola di Dio ben sapendo che essa è per tutti gli uomini e che, con tutti, noi dobbiamo rallegrarci di essa.

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