CHISSÀ COSA C’È OLTRE
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È VITA, È FUTURO
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QUEI DETTAGLI CHE CI SVELANO LE VITE DEGLI ALTRI

Pubblichiamo questi due brevi articoli nella speranza che un fatto accaduto qualche anno fa e riportato alla nostra memoria dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo, smuova non solo le singole coscienze, ma la coscienza pubblica di un mondo che invece di andare alla radice dei problemi per risolverli, si rende complice di morte…

(Di Paolo Di Stefano del 19 gennaio 2019)

La nostra superficialità e la nostra indifferenza ci portano a pensare ai migranti come a masse impersonali, in forma di numeri e percentuali… Quanti sono? Di quanto sono diminuiti gli arrivi? Quanti a noi e quanti a voi? Raramente ci domandiamo: chi sono? Che vite avranno? Da dove provengono? Pensiamo a generici luoghi di conflitto e di miseria.

È il modo migliore per tenersene debitamente a distanza. Pensarli tutti uguali, con gli stessi desideri, le stesse paure, le stesse ambizioni, le stesse vite: il viaggio li rende uguali, privi di storie individuali e identiche parti di un’unica storia (per lo più molto fastidiosa o minacciosa per la nostra tranquillità). Poi da quella massa così lontana salta fuori una piccola vita (e/o una «piccola» morte) e solo allora, di fronte a una briciola o a un dettaglio ravvicinato e reale, la nostra coscienza si risveglia in un (provvisorio?) sussulto di commozione o, come si dice, di empatia. Con le domande più ovvie. Dunque quel ragazzino maliano, di cui non sappiamo nulla, aveva fatto le scuole? E aveva una buona pagella a cui teneva tanto al punto da cucirla in una tasca per portarsela con sé nel viaggio della speranza? Probabilmente quel documento scolastico era immaginato come un talismano capace di aprire le porte del futuro: un talismano di orgoglio, di riscatto e di consapevolezza da far valere al momento giusto.

Purtroppo il momento giusto non è arrivato, perché il giovane naufrago è affogato in mare con il suo talismano, che non è riuscito a salvarlo. Ma basta un niente per distoglierci dalle nostre sicurezze e avvicinarci alle vite degli altri: cominciare a conoscerle per vie traverse, strambe, attraverso un oggetto, una frase, un gesto. Dovremmo fare uno sforzo di immaginazione. Ogni volta, di fronte alle masse e ai numeri che ci vengono propinati, pensare di quanti oggetti personali, anche più insignificanti di una pagella con ottimi voti, è pieno il nostro mare. Talismani di vite perdute in una gigantesca tragedia a cui non siamo estranei.

L’adolescente di 14 anni morto in mare con la pagella cucita in tasca

L’ha trovata l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, che partecipa a un progetto pilota per identificare profughi e migranti morti nel Mediterraneo

di Elena Tebano

Era nascosta dove si tengono le cose più care, ripiegata con cura e cucita nella giacca: una pagella, con i voti delle materie scritte in arabo e francese. Quella scheda, conservata con amore e orgoglio, forse anche nella speranza che dimostrasse le sue buone intenzioni, è tutto ciò che sappiamo del suo proprietario, un ragazzo di quattordici anni morto nel Mediterraneo senza che nessuno lo potesse piangere. L’ha trovata Cristina Cattaneo, medico legale del Labanof (il «Laboratorio di antropologia e odontologia forense») di Milano, come ha raccontato in «Naufraghi senza volto», il suo ultimo libro uscito da poco per Cortina Editore. Grazie al suo lavoro e grazie al disegno delicato e poetico che gli ha dedicato il vignettista Makkox sul Foglio, adesso quel ragazzo senza nome è diventato una presenza reale e dolorosa per coloro che a migliaia nei giorni scorsi l’hanno condiviso sui social.