«I POVERI LI AVETE SEMPRE CON VOI» (Mc 14,7)
Giugno 16, 2021
L’INCONTRO CON I MIGRANTI
Giugno 22, 2021

VERSO UN “NOI” SEMPRE PIÙ GRANDE

Verso un noi sempre più grande è il tema scelto dal Santo Padre per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (GMMR). Un appello per la costruzione di un “noi” universale che deve diventare realtà innanzitutto all’interno della Chiesa, chiamata a fare comunione nella diversità.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

Verso un noi sempre più grande”

Cari fratelli e sorelle!

Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un

desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi

sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile

consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine

non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).

Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del

Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così

indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.

La storia del “noi”

Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò

l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li

benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati

maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato

a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a

sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità.

E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da

Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non

a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia

2

umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi

saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).

La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro

il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il

tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e

sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per

la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo

radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno

della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare

gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.

In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non

ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come

l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice

appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto

ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.

Una Chiesa sempre più cattolica

Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad

essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo

raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola

è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo

Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).

Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di

essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci

ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo

Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità,

armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza.

Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo

interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di

arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto

membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica

casa, componente dell’unica famiglia.

3

I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in

cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione

affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno

dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate

i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).

Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per

curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo,

ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie

troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole

sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori

contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione

privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio

ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo

rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre

confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e

interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale

per i Migranti, 22 settembre 2017).

Un mondo sempre più inclusivo

A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme

verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme

il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.

Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e

dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in

armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della

Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza

subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della

Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e

della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti,

Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi

opere di Dio» (At 2,9-11).

È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si

ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato.

Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci

4

separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli

dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni

contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci

arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo

trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di

un noi sempre più grande.

A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il

Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un

uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi

ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo:

“Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del

nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura,

dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella

forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a

quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i

fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno

sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra

autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui

cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.

Il sogno ha inizio

Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni

ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti

i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno

visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare

e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come

figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr

Enc. Fratelli tutti, 8).

Preghiera

Padre santo e amato,

il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato

che nei Cieli si sprigiona una gioia grande

5

quando qualcuno che era perduto

viene ritrovato,

quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato

viene riaccolto nel nostro noi,

che diventa così sempre più grande.

Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù

e a tutte le persone di buona volontà

la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.

Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza

che ricolloca chiunque sia in esilio

nel noi della comunità e della Chiesa,

affinché la nostra terra possa diventare,

così come Tu l’hai creata,

la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e

Giacomo